Pubblicato da claudio.torrero nella categoria Documenti il 30 novembre 2009
Come nella fiaba di Andersen.
Mentre tutti elogiano a viva voce i vestiti nuovi dell’imperatore, si stenta a credere ai propri occhi quando essi testimoniano di ben altro spettacolo. Difficile è prendere la parola per dire quel che tutti, non si sa bene in quale stato di coscienza, paiono negare.
Per fortuna poi si scopre di non essere così soli. Con sollievo e gratitudine ci si avvede che altri, sia pur variamente disseminati, non solo scorgono, ma hanno il coraggio di parlare.
Dunque, non tacere; non sia mai che per viltà si rifiuti di testimoniare l’evidenza. Forse altri seguiranno quest’esempio. In ogni caso se avremo parlato, pur nei limiti delle nostre capacità, con onestà e rettitudine, l’avremo fatto anche per loro.
La verità è che da noi non si educa più.
Se l’affermazione vi pare eccessiva; se siete fra quelli che non si deve mai esagerare, cui le asserzioni troppo nette provocano un panico sottile nel timore di doverne trarre conseguenze; se insomma avete stabilito che, dopo il crollo di ogni certezza, nulla deve più turbare la vostra quiete: allora niente di quanto vi potremo dire sarà persuasivo. In questo caso meglio chiudere senz’altro il libro, prima di dovervi infastidire.
Come si può del resto sostenere una tesi così poco incline allo spirito del tempo? E soprattutto: cosa vuol dire che non si educa più? Non è assai banale il pensiero che un tempo si educasse e poi, per qualche accidente o la solita decadenza dei costumi, tutto sia andato a catafascio? E a ben pensare: cosa si intende, alla fine, con educazione?
Davvero dobbiamo fare ammenda, cospargerci il capo di cenere e fustigarci per la mancanza di riguardo di cui stiamo dando prova. Niente possiamo addurre a giustificazione nostra se non che quello che ci preme è come un processo vulcanico, che nel chiuso della terra conosce una lenta e implacabile accumulazione e poi d’improvviso prorompe, con quella mancanza di buona grazia che si riconosce alle forze della natura. Proprio così accade per questo nostro dire. Come se qualcosa troppo a lungo compresso da strati di inconsapevolezza e ipocrisia trovasse infine un varco e scagliasse contro il cielo i detriti del rimosso. E noi, stupiti, a guardare città intere di luoghi comuni con tanta cura edificate sommerse in un momento, e popolazioni brulicanti di menzogne sorprese e condannate nella loro impudicizia. Perdonate dunque: non possiamo che porgervi questo amaro calice.
Effettivamente un tempo si educava. Piaccia o no, lo si è fatto sempre da che l’uomo è tale, e anche gli animali a loro modo lo fanno, quelli almeno con cui riconosciamo qualche affinità.
Si è sempre educato; le giovani generazioni in ogni tempo sono state accolte e guidate, quelle adulte hanno trovato in ciò la loro cura ed anche il conforto. Una catena ininterrotta di dedizione e rispetto lega ciascuno in ogni luogo agli avi e ai nipoti; una catena che attraversa le epoche e gli eventi della storia tenendo saldo ciò che altrimenti si disperderebbe. Cosa sarebbero le civiltà e le culture senza questo legame che le connette e sostiene?
Le grandi catastrofi, di cui pure la vicenda umana è intrisa, sono fratture nella continuità delle generazioni, allorché i figli vengono tolti ai padri. Non importa se vi sia la morte fisica: quel che avviene è la morte spirituale. Prostrati e dispersi possono sopravvivere, tutt’al più, come schiavi altrui.
Cosa dobbiamo dunque mai pensare di fronte allo spettacolo che ci si offre oggi, in cui quella frattura si produce su una scala finora del tutto sconosciuta? Vedendo non già popoli sconfitti e deportati, degradati a mezzi per il sostentamento d’altri, ma le masse stesse delle metropoli vincenti sacrificate come a deità oscure?
Non si educa dunque più.
Naturalmente non è avvenuto d’un tratto e nello stesso tempo ovunque. Difficile dire quando sia iniziato ad accadere e con quale ritmo il contagio sia avanzato. Le cose sono sempre ovviamente poi complesse, e lasciano in fondo anche pensare che stia accadendo tutto e il suo contrario, in modo che ciascuno possa vedere infine quel che vuole e che cerca.
Che non si educhi più in qualche modo tutti lo sanno e se ne fa oggetto di rimostranza. A un certo livello le censure non agiscono e lasciano libero sfogo ai sentimenti meno accetti. Purché non si vada oltre la lagnanza, che come tale non può avere che scarsa dignità. Quando si passa invece ai discorsi ragionevoli, i filtri si fanno più esigenti e quasi nulla riesce più a passare. Un io culturalmente ben formato non ammetterebbe mai quello che i suoi occhi vedono e pur dentro di sé avverte come sofferenza.
Una strana etica della rimozione veglia affinché nessun cedimento possa condurre a consapevolezza. Il pensiero da cui ci si difende è d’altra parte un pensiero pericoloso: gli uomini, a meno di venire addestrati a esser tali, generalmente non sono sciocchi; ovvero, dato un pensiero, ne sanno cogliere le implicazioni. Se, dunque, il pensiero che la nostra civiltà ha smesso di educare avesse libero accesso alla coscienza, ne verrebbero scosse le radici stesse del senso comune.
Tratto da: Cristiana Cattaneo e Claudio Torrero, ‘Tornare a educare’, Effatà Editrice, 2009, pp. 26-28