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	<title>Tornare a educare &#187; Documenti</title>
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		<title>IN UNA TEMPESTA DI EMOZIONI</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 23:04:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio.torrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[«Mala tempora currunt», è quanto si sente dire ovunque: tra fabbriche che chiudono, indebitamenti disperati, figli che fuggono i genitori, genitori che uccidono figli, giovani che cercano evasione nell&#8217;oblìo, ben poco spazio sembra lasciato a un ottimismo in grado di apprezzare tutto il positivo che c’è nella natura, nella magnifica architettura dell’uomo, entro i meravigliosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Mala tempora currunt», è quanto si sente dire ovunque: tra fabbriche che chiudono, indebitamenti disperati, figli che fuggono i genitori, genitori che uccidono figli, giovani che cercano evasione nell&#8217;oblìo, ben poco spazio sembra lasciato a un ottimismo in grado di apprezzare tutto il positivo che c’è nella natura, nella magnifica architettura dell’uomo, entro i meravigliosi rapporti che costruiscono le catene di solidarietà del mondo, di tutto il mondo, da quello delle relazioni interpersonali fino a quello dei rapporti internazionali e politici.<span id="more-35"></span></p>
<p>Eppure c’è ragione di sperare: appena fuori dalla visione distorta propinata dai media, sopravvivono la quotidianità e la normalità che appartengono alla maggioranza dell&#8217;umanità e che costituiscono forse la sua più grande ricchezza. Purtroppo pochi sanno di possederle e soprattutto non riescono più a intuirne il valore.</p>
<p>E’ proprio qui il punto: non ci accorgiamo più di quel che capita nel nostro intimo ed educhiamo sempre meno i nostri figli a farlo. Essi dunque crescono come degli analfabeti dal punto di vista emozionale, estranei a loro stessi e a quanto capita loro intorno, involti in una tempesta di emozioni dalla quale sempre più sono dominati e che riescono sempre meno a dominare.<br />
____________________________________________________________<br />
<em>Le proposte veicolate dai media di vario tipo sottendono una concezione della vita non come processo segnato da compiti evolutivi e dalla scelta di obiettivi a lungo-termine, ma come sequenza di accumulo indebito di tensioni la cui risposta è solo lo ‘scaricarsi’.<br />
In questo quadro emergono offerte di emozioni ‘forti’ come le uniche in grado di dar senso all’esistenza. Quest’operazione sottende una grossa falsificazione: in seguito al rifiuto dell’autorità, degli obblighi, dell’impegno, della ricerca di significati accompagnata da un pensare disciplinato e dalla capacità di gestire le emozioni e di orientarle in atteggiamenti permanenti, subentra un super-io sadico che obbliga a vincere sempre, ad annullare la durata per dissolverla nell’istante o al massimo nell’accadimento, a sciogliere la laboriosità del progetto nella ripetitività del ‘presente’ emotivo.<br />
L. Pinkus<br />
</em>_____________________________________________________________<br />
Così trionfa tutto ciò che c’è di esterno: gli oggetti, spesso al di fuori della nostra portata; l’immagine, che non scalfisce l’intima essenza delle cose; il senso del possesso, capace di alterare l&#8217;equilibrio di un corretto rapporto personale con la realtà.</p>
<p>______________________________________________________________<br />
<em>Vi è oggi attorno a noi una specie di evidenza fantastica del consumo e dell’abbondanza, costituita dal moltiplicarsi degli oggetti, dei servizi, dei beni materiali, e che costituisce una sorta di mutazione fondamentale dell’ecologia della specie umana.<br />
Gli uomini dell’opulenza non sono più circondati, come è sempre avvenuto, da altri uomini, bensì da oggetti. Il loro rapporto quotidiano non è più quello coi loro simili, ma, statisticamente secondo una curva crescente, con la recezione e la manipolazione di beni e di messaggi, dall’organizzazione domestica molto complessa e dalle sue dozzine di schiavi tecnici fino al ‘mobile urbano’ e a tutti i meccanismi materiali delle comunicazioni e delle attività professionali, fino allo spettacolo permanente della celebrazione dell’oggetto nella pubblicità e nelle centinaia di messaggi giornalieri trasmessi dai mass media. […] Viviamo il tempo degli oggetti: voglio dire che viviamo al loro ritmo e secondo la loro incessante successione.<br />
(J. Baudrillard)<br />
</em>______________________________________________________________<br />
Tutta la vita di un individuo rischia di dipanarsi in uno scenario fatto di superficialità e leggerezza, alla ricerca di emozioni facili e intense in grado di supplire al vuoto angoscioso di una simile visione del mondo.<br />
_______________________________________________________________<br />
<em>Dategli tutte le soddisfazioni economiche in modo tale che non abbia altra preoccupazione che dormire, mandar giù brioches e darsi da fare per prolungare la storia universale; riempitelo di tutti i beni della terra, e immergetelo nella felicità fino alla radice dei capelli: alla superficie di questa felicità, come su quella dell’acqua, scoppieranno delle piccole bolle.<br />
(F. Dostoevskij)<br />
</em>_______________________________________________________________</p>
<p>In questo contesto ci interessa in modo particolare la crescita della sfera d&#8217;influenza emozionale che supporta e condiziona in ogni settore l’attività mentale di un individuo insieme al suo comportamento sociale.</p>
<p><em>Il testo è tratto dal libro di Alberto Arato e Marinella Geuna &#8216;La vita è un&#8217;emozione? Mass-media, nuovi media e sfide educative&#8217;, Effatà Editrice 2009</em></p>
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		<title>RITORNO ALL&#8217;EVIDENZA</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 18:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio.torrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Come nella fiaba di Andersen.
Mentre tutti elogiano a viva voce i vestiti nuovi dell’imperatore, si stenta a credere ai propri occhi quando essi testimoniano di ben altro spettacolo. Difficile è prendere la parola per dire quel che tutti, non si sa bene in quale stato di coscienza, paiono negare.
Per fortuna poi si scopre di non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come nella fiaba di Andersen.<br />
Mentre tutti elogiano a viva voce i vestiti nuovi dell’imperatore, si stenta a credere ai propri occhi quando essi testimoniano di ben altro spettacolo. Difficile è prendere la parola per dire quel che tutti, non si sa bene in quale stato di coscienza, paiono negare.<br />
Per fortuna poi si scopre di non essere così soli. Con sollievo e gratitudine ci si avvede che altri, sia pur variamente disseminati, non solo scorgono, ma hanno il coraggio di parlare.<br />
Dunque, non tacere; non sia mai che per viltà si rifiuti di testimoniare l’evidenza. Forse altri seguiranno quest’esempio. In ogni caso se avremo parlato, pur nei limiti delle nostre capacità, con onestà e rettitudine, l’avremo fatto anche per loro.<span id="more-15"></span></p>
<p>La verità è che da noi non si educa più.<br />
Se l’affermazione vi pare eccessiva; se siete fra quelli che non si deve mai esagerare, cui le asserzioni troppo nette provocano un panico sottile nel timore di doverne trarre conseguenze; se insomma avete stabilito che, dopo il crollo di ogni certezza, nulla deve più turbare la vostra quiete: allora niente di quanto vi potremo dire sarà persuasivo. In questo caso meglio chiudere senz’altro il libro, prima di dovervi infastidire.<br />
Come si può del resto sostenere una tesi così poco incline allo spirito del tempo? E soprattutto: cosa vuol dire che non si educa più? Non è assai banale il pensiero che un tempo si educasse e poi, per qualche accidente o la solita decadenza dei costumi, tutto sia andato a catafascio? E a ben pensare: cosa si intende, alla fine, con educazione?<br />
Davvero dobbiamo fare ammenda, cospargerci il capo di cenere e fustigarci per la mancanza di riguardo di cui stiamo dando prova. Niente possiamo addurre a giustificazione nostra se non che quello che ci preme è come un processo vulcanico, che nel chiuso della terra conosce una lenta e implacabile accumulazione e poi d’improvviso prorompe, con quella mancanza di buona grazia che si riconosce alle forze della natura. Proprio così accade per questo nostro dire. Come se qualcosa troppo a lungo compresso da strati di inconsapevolezza e ipocrisia trovasse infine un varco e scagliasse contro il cielo i detriti del rimosso. E noi, stupiti, a guardare città intere di luoghi comuni con tanta cura edificate sommerse in un momento, e popolazioni brulicanti di menzogne sorprese e condannate nella loro impudicizia. Perdonate dunque: non possiamo che porgervi questo amaro calice.</p>
<p>Effettivamente un tempo si educava. Piaccia o no, lo si è fatto sempre da che l’uomo è tale, e anche gli animali a loro modo lo fanno, quelli almeno con cui riconosciamo qualche affinità.<br />
Si è sempre educato; le giovani generazioni in ogni tempo sono state accolte e guidate, quelle adulte hanno trovato in ciò la loro cura ed anche il conforto. Una catena ininterrotta di dedizione e rispetto lega ciascuno in ogni luogo agli avi e ai nipoti; una catena che attraversa le epoche e gli eventi della storia tenendo saldo ciò che altrimenti si disperderebbe. Cosa sarebbero le civiltà e le culture senza questo legame che le connette e sostiene?<br />
Le grandi catastrofi, di cui pure la vicenda umana è intrisa, sono fratture nella continuità delle generazioni, allorché i figli vengono tolti ai padri. Non importa se vi sia la morte fisica: quel che avviene è la morte spirituale. Prostrati e dispersi possono sopravvivere, tutt’al più, come schiavi altrui.<br />
Cosa dobbiamo dunque mai pensare di fronte allo spettacolo che ci si offre oggi, in cui quella frattura si produce su una scala finora del tutto sconosciuta? Vedendo non già popoli sconfitti e deportati, degradati a mezzi per il sostentamento d’altri, ma le masse stesse delle metropoli vincenti sacrificate come a deità oscure?</p>
<p>Non si educa dunque più.<br />
Naturalmente non è avvenuto d’un tratto e nello stesso tempo ovunque. Difficile dire quando sia iniziato ad accadere e con quale ritmo il contagio sia avanzato. Le cose sono sempre ovviamente poi complesse, e lasciano in fondo anche pensare che stia accadendo tutto e il suo contrario, in modo che ciascuno possa vedere infine quel che vuole e che cerca.<br />
Che non si educhi più in qualche modo tutti lo sanno e se ne fa oggetto di rimostranza. A un certo livello le censure non agiscono e lasciano libero sfogo ai sentimenti meno accetti. Purché non si vada oltre la lagnanza, che come tale non può avere che scarsa dignità. Quando si passa invece ai discorsi ragionevoli, i filtri si fanno più esigenti e quasi nulla riesce più a passare. Un io culturalmente ben formato non ammetterebbe mai quello che i suoi occhi vedono e pur dentro di sé avverte come sofferenza.<br />
Una strana etica della rimozione veglia affinché nessun cedimento possa condurre a consapevolezza. Il pensiero da cui ci si difende è d’altra parte un pensiero pericoloso: gli uomini, a meno di venire addestrati a esser tali, generalmente non sono sciocchi; ovvero, dato un pensiero, ne sanno cogliere le implicazioni. Se, dunque, il pensiero che la nostra civiltà ha smesso di educare avesse libero accesso alla coscienza, ne verrebbero scosse le radici stesse del senso comune.</p>
<p>Tratto da: Cristiana Cattaneo e Claudio Torrero, ‘Tornare a educare’, Effatà Editrice, 2009, pp. 26-28</p>
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